NADJA
dramma teatrale in tre atti e sette quadri, di Stéfano Pérez Tonella
— just another Zany Monday … e diversi zanni a seguire. Lunedì 23 aprile 2012. Atto Primo, Quadro Primo — Il presente testo è il risultato di svariati mesi di ricerca e prove di scena. La prima stesura risale al 1998, a macchina. La seconda ha tenuto (necessariamente) conto dei fogli persi nel corso di due traslochi e la terza era un file che ha iniziato a “tramandarsi” e ripetersi.
PREMESSA
I personaggi sono descritti in modo poco chiaro, ma solo per gli spiriti chiari; sono convinto che nessun altra persona avrà difficoltà a comprenderne l’essenza. Vi prego, tuttavia, di tener presente l’essenza del viaggio, che mi è molto cara, e la trasformazione delle persone non tanto in relazione ai chilometri percorsi, ma alla percezione di sé in uno spazio / tempo differente.
Gli intermezzi sono sospensioni gravitazionali. In essi prende il sopravvento la percezione onirica; i personaggi sono ancora in grado di interagire, esistono e condividono lo stesso mondo, ma nulla accade se non l’esasperazione di tensioni che, al mattino, nel nuovo quadro, scompaiono.
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Tutti i personaggi prima di Enrich: Marina è vita; ed è una puttana. Marina mastica cieli conosciuti. Sa tutto perché parla di poco. Ha la fisionomia di chi ha saputo foggiarsi a propria immagine. E’ sicura; Marina è Dio Donna, ma il suo verbo, soprattutto nei congiuntivi, è un’apocalisse.
Don Pasquale è un moldavo cresciuto a Napoli. Signore stimabile e ben borghese, abbastanza trito di vita da poter essere un porcello macellato sul piatto di un viaggiatore.
I viaggiatori si cibano di vite altrui. Non gradiscono vite qualunque; bighellonano cercando stelle; mangiano turisti immobili frequentatori di città: esistenze così poco presenti a se stesse da non comprendere il luogo in cui gli è dato di vivere.
Chi comprende è un viaggiatore, e i chilometri seguono ma non importano. Chi non comprende è un turista, e i chilometri precedono senza importanza. Il pasto è un turista; il posto un treno.
Don Pasquale compare; di notte, però, è Nadja. Calze; vento. Chi è Natasha? La parte minima di Nadja; la donna di don Pasquale. Natasha concorre con Marina. Enrich è un barbone, ma è anche Dio che perdona e punisce; dalla stazione vede tutto.
Enrich – clochard parigino.
Non c’è sipario; né personaggi. L’inizio del dramma è segnato da passi lontani, cadenzati, fuori scena. Si percepisce il rumore, e l’eco, di gocce tuffate nello specchio d’acqua di una grotta. Contemporaneamente, entra in scena una donna (Nadja). Nel silenzio più totale, trasporta un pesante secchio, colmo d’acqua, fino al centro della scena. Si gira, lentamente. Si allontana; il rumore di una goccia la richiama verso il secchio, e inizia a frugare nell’acqua per cercare il responsabile di quel rumore. Il frastuono sveglia Marina, che entra in scena indispettita. Nadja si chiude su sé stessa … progressivamente, fa caso al delirio di Marina.
Marina – Che notte buia! Ma quella luce è spenta o siamo tutti su una stella morta? Poi siamo tutti la stessa. – come fosse ubriaca, spintona un uomo invisibile – Fai posto! Ma di tante stelle senza vita… ma tutti qui? Oppure… tutti lì! A guardarsi in faccia; a sputare alla cieca; a prendersi a sassate ma … che stella del cazzo. Tutti a proiettare luci che…
E con lo sguardo dolce, poi. Come quella insipida gallina, cruda e torva la lattaia, che mi guardava e chiedeva: “ha i soldi per pagare, vero?” E snocciolava richieste come avesse in mano i granelli di un rosario. Sembrava quasi un treno in corsa; poi fuggì via. Guarda, c’è il sole! E mi piaceva pure tanto, la notte, e poi scomparve la stella.
Marina si accorge di Nadja; corre verso il secchio, lo afferra. Nadja non si ribella, ma allunga la mano per seguire il movimento di Marina, che si allontana e si siede con il secchio davanti. Poi Nadja si rivolge alla luce, verso il pubblico, e dimentica il tonfo delle gocce.
Nadja – Nel giorno, è ancora lunga l’angoscia da spendere al mare, senza i dandi per il gelato all’amarena. E sulla spiaggia? Ignari di ciò che sarebbe bello, naufraghiamo come bisonti nell’oceano: troppo stupidi e grossolani per poter morire lì. E forse è per questo, sai? Che don Pasquale è diventato Nadja. – pausa – Sono io … Nadja … provvisoriamente. Nelle stellate più nere, perfino don Pasquale diventa Natasha.
PROLOGO
Il prologo deve essere letto ad un leggio da un personaggio vestito da scheletro – non penso ad un costume realistico – piuttosto, a quei costumi neri con lo scheletro disegnato, e con una maschera aderente, bucata sugli occhi e sulle narici con il disegno di un teschio.
Come se non avesse paura, o rispetto, delle onde, la piccola imbarcazione, dopo secoli, veleggiava verso la foce. Il capitano sosteneva che lì, a destinazione, vi sarebbe stata una comunità pronta ad accoglierci senza nulla chiedere in cambio.
Il capitano si chiamava John, o qualsiasi altro nome che suonasse tipo “john”. Anzi, sono quasi sicuro che non si chiamasse John, ma così era come preferiva farsi chiamare. Ciò non sminuiva il valore della nostra ricerca; stavamo addocchiando qualcosa che molti definivano Nulla. Per noi era certo che, un giorno, gli saremmo andati incontro.
E poi il Nulla ci cascò tra le fauci, dentro pietanze avariate di cui si cibava il nostro essere vaganti, marini, e finalmente fummo costretti a farne parte.
Lo scheletro si leva la maschera. Si spoglia, solo in parte, dal costume non realistico, come se, progressivamente, fosse chiamato a parlare l’attore al di là del personaggio. Ma non è vero. L’attore non c’è e lo scheletro smascherato è il capitano John.
Stella amore puttana,
che consoli gli spiriti,
stesa sul piatto di un porto,
veleggiante penetra il fosco piacere
di questa assenza;
mare
e non sopporti le onde,
notte
stesa senza me,
esanime come Gesù,
cogli le membra esauste
e leggile
con parole
che mi ridonino vita.
ATTO I
Quadro I
Nadja – Preparasti la partenza per l’India.
Marina – Quanti viaggi.
Nadja – Poi non volesti più partire.
Marina – Non sempre se ne ha l’occasione.
Marina – Non volesti. Fosti rapita dal panico.
Nadja – E adesso stai per muoverti sola.
Marina – Verso un territorio che appartiene a te.
Nadja – Ai miei sogni, che sono la più vera cosa che percepisco; la … realtà.
Marina – Che so io dell’India? Non ho nulla organizzato.
Nadja – Partirai.
Marina – Perché non vieni anche tu?
Nadja – Già stetti. Per tutto il tempo di quella organizzazione fanatica.
Marina – Mesi.
Nadja – Anni. Da quando ero giovane.
Marina – Sei giovane!
Nadja – Tornai invecchiata.
Marina – Non partisti.
Nadja – Forse. – pausa – Guardami!
Marina – Hai la spossatezza del viaggio.
Nadja – Non sono più tornata. Devi andare, e voglio riposarmi.
Marina – Devi.
Nadja – Dormirò.
Marina – Incontrerò?
Nadja – Qualche amore.
Marina – Lo incontrasti laggiù?
Nadja – Mi sposai.
Marina – E moriste.
Nadja – Solo i morti, muoiono su quel treno di pazzi
Marina – Senza l’odore del bus.
Nadja – Stantio.
Marina – Irrefrenabile voglia.
Pausa. Le due ragazze si guardano a fondo, senza vedersi. Marina ostenta uno sguardo ceruleo, nebbioso. Veste, perennemente, un’aria sbarazzina. Non vede l’ora di partire. Si sente sola, profondamente privata di se stessa e si manca molto.
Nadja ha invece uno sguardo mascolino. Adesso pare uno scaricatore di porto con del rossetto appiccicato alle labbra. Sarebbe l’incarnazione di un Gesù omosessuale. Nadja, la non Natasha, sarcasticamente appiccicata a sé stessa, pende dalle labbra di Marina, e boccheggia un po’ di vita, scippando, di essa, la compagna.
Nadja – Puttana.
Marina – si pascia del miglior complimento di questo mondo. E replica con un sogghigno sardonico e denso di piacere. Non sarai mai una puttana, amica mia.
Nadja – Parto per l’India
Marina – Non vuol dire. Anche quello è un viaggio mio.
Nadja – Diverrò.
Marina – Farà solo più puttana me.
Nadja – Perché mi vuoi ferire?
Marina – Perché vivrai; e morii.
Nadja – Senza di me.
Marina – Doverosamente.
Nadja – Chi fosti?
Marina – All’ombra assolata d’Agosto; una stanza senz’aria
Nadja – Puttana! Dove fosti?
Marina – Senza te …
Nadja – … sono persa …
Marina – Mi troverò in una soffitta senza tegole.
Nadja – Con tutte le pannocchie attorno
Marina – Una televisione …
Nadja – … che non va …
Marina – … e qualche tavolino.
Nadja – Dio, non ci sono libri!
Marina – Per carità! Un letto…
Nadja – … per fare l’amore con te…
Marina – Un’ultima volta?
Nadja – Puttana.
Pausa. Cambiano tono. Acquisiscono un fare colloquiale da insensata vita.
Marina – Che ora è?
Nadja – Forse il tempo si è fermato!
Marina – È meglio appoggiarsi.
Nadja – Non potrà farsi più tardi di così.
Marina – Nacqui un attimo dopo.
Nadja – E moristi … prima di saperlo.
Marina – il mondo è popolato di mostri.
Nadja – Sono… un mostro.
Marina – No.
Nadja – Sì.
Marina – I mostri hanno un’anima.
Nadja – Fosti un mostro.
Marina – … e tu non lo sarai.
Nadja – Puttana!
Il fischio di un treno. Parte una musica zingara. Marina e Nadja si lavano, poi raccolgono gli abiti che alla rinfusa, chiudono le valige in silenzio, ignorandosi a vicenda, e iniziano a trascinarle sul palco come se avessero i piedi incatenati.
Marina – Sono più gli abiti che escono dalle valige di quanti ne possano entrare.
Nadja perde dei fogliacci scritti a penna e a macchina, che diventano, volando tra le luci, dei coriandoli estratti dal cappello di un mago. Quella che improvvisano le due ragazze è una danza macabra. Nadja afferra una sedia; la scaraventa al centro della scena; la osserva. Poi la raccoglie e si siede in modo calmo, rassegnato.
Alla ripresa del dialogo, sulla scena si respira un’aria diversa: più calda; afosa. Marina è diventata Nadja e siamo in India. La vera Nadja è contemporaneamente tornata uomo, ed è l’amante Pinocchio (indiano di Perugia).
Intermezzo
Marina strucca Nadja. Alle loro spalle, donna Marilina sfoglia come un giardiniere le lenzuola che oscurano il fondo. Riprende la musica zingara. Un uomo dall’unico dente d’oro, che mostra a tutti, entra in scena con la sua giacca sdrucita, con aria baldanzosa. Marina si accanisce contro il trucco di Nadja, che cade dalla sedia e cerca di fuggire; è come legata. Anche Marina lo è. Vorrebbe scagliarsi contro Nadja, ma le sue mani sembrano trattenute.